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Stop ai sacchetti ultraleggeri: saranno solo un costo per i consumatori

Pubblicato mercoledì 1 novembre 2017

Dal prossimo 1° gennaio scatterà lo stop graduale dei sacchetti di plastica forniti come imballaggio per alimenti sfusi (ad esempio frutta e verdura) che dovranno essere sostituiti da sacchetti biodegradabili ceduti esclusivamente a pagamento.
Lo scopo, ovviamente, è quello di tutelare l’ambiente e stimolare i consumatori ad adottare comportamenti sostenibili, ma il bello (ma meglio sarebbe dire, il brutto) è che l’impatto della nuova normativa non sembra sia stato adeguatamente valutato.
“In Confcommercio – spiega il presidente dell’Ascom di Padova, Patrizio Bertin – siamo convinti che il provvedimento si trasformerà in un boomerang sia per i consumatori che per l’ambiente”.
Ed il motivo è presto detto. La soluzione adottata, infatti, avrà effetti ben diversi da quelli delle norme sugli shopper perché in quel caso il consumatore aveva un’alternativa che consisteva nell’acquisto di shopper riutilizzabili. In questo caso il riutilizzo non è possibile perché gli alimenti freschi rischierebbero di contaminarsi a contatto con sacchetti riutilizzati, indipendentemente dal materiale con cui sono stati prodotti.
“Se l’obiettivo è quello di spingere il consumatore verso un comportamento più sostenibile per l’ambiente – aggiunge il presidente di FIDA Padova, Michele Ghiraldo – lo strumento non sembra assolutamente adeguato anche perché il consumatore sarà posto di fronte ad un ulteriore esborso, peraltro non assorbibile dal commerciante, che dovrà esporlo sullo scontrino pena una sanzione da 2500 a 100.000 euro”.
Ma c’è di più. In questa battaglia di principio, il rischio è che la toppa sia peggiore dello strappo.
“Per il consumatore – sottolinea ancora il presidente degli alimentaristi – il provvedimento comporterà pertanto solamente nuovi costi e per l’ambiente il rischio è che nei punti vendita di maggiori dimensioni (per i negozi più piccoli il pericolo sembra meno preoccupante per l’uso abbastanza sistematico dei sacchetti di carta) lo sfuso venga gradualmente sostituito col confezionato e in questo caso si avrà l’effetto contrario a quello ricercato dal legislatore europeo perché aumenteranno gli imballaggi più inquinanti”.
Urge quindi una proroga.
“Anche se – conclude Bertin – trattandosi del recepimento di una norma comunitaria, non ci sono altri margini di manovra se non ridiscutere la questione a livello europeo e far capire in quella sede le criticità che impediscono di raggiungere le finalità che essa persegue. Naturalmente sarebbe stato meglio avere opposto le nostre motivazioni prima dell’approvazione della norma comunitaria, perché adesso reputo difficile un cambio di rotta”.

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